Tutto quel cielo, tutto quel cielo.

Restai seduto sul bordo del letto ad ascoltarli. Arrivò picasso e mi diede un morso alla caviglia.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Portai fuori la gabbia. Picasso mi segui. 10.000 mosche si alzarono in volo. Misi la gabbia per terra, aprii lo sportello e mi sedetti sui gradini.
I due uccelli guardarono lo sportello aperto. Capivano e non capivano. Mi pareva di sentirli, quei due cervellini che cercavano di funzionare. Dentro la gabbia c’era il cibo e l’acqua, ma che cos’era quello spazio aperto?
Quello verde con il petto giallo si mosse per primo. Saltò giù dal trespolino, vicino allo sportello. Restò lì aggrappato al filo di ferro. Guardò le mosche. Restò lì 15 secondi, incerto. Poi qualcosa fece clic in quella testolina. Non volò via. Partì come un razzo verso il cielo. Su, sempre più su. Dritto! Dritto come una freccia! Io e Picasso restammo lì a guardarlo. Il fottuto uccello se n’era andato.
Poi fu la volta di quello rosso con il petto verde.
Esitò molto più a lungo. Girava sul fondo della gabbia, nervosamente. Era una bella decisione da prendere. Esseri umani, uccelli, tutti devono prendere decisioni del genere, prima o poi. Era dura.
E così il vecchio testarossa continuò a girare in tondo sul fondo della gabbia cercando di decidere. Sole giallo. mosche ronzanti. Uomo e cane che guardavano. Tutto quel cielo, tutto quel cielo.
Era troppo. Il vecchio testarossa fece un balzo verso l’uscita. 3 secondi.
Zoom!
L’uccello se n’era andato.
Io e Picasso prendemmo la gabbia vuota e rientrammo in casa.

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